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Meglio soli che in squadra: l’Italia si scopre un Paese di nuotatori

Ci immaginiamo tennisti, eleganti, vestiti di bianco: fantasie appunto. Ci appassioniamo per il calcio, ma se dobbiamo passare all’azione nuotiamo. L’Italia ha scelto il suo elemento: l’acqua.

Il sorpasso segna quasi una mutazione genetica. L’ultima ricerca (firmata StageUp e Ipsos) dovrebbe fotografare la pratica sportiva ma è un cambio di campo più importante, praticamente un cambio di pelle: oltre 4 milioni di persone, fra agonisti e amatori, si cimentano in vasca. I calciatori tra aspiranti, famosi o dilettanti sono 3.952.000. Il pallone resta la nostra fissazione eppure esce lentamente dalla quotidianità. Una disaffezione meno banale di quanto sembri.

Ci spostiamo in piscina perché il nuoto non è traumatico e i genitori si sentono sicuri: sistema la schiena, sviluppa le spalle. Tutto vero, mamme serene, piscine in aumento e bambini rana. Il primo corso è felicità pura: il ritorno alla dimensione prenatale, il tuffo, l’immersione e la virata di libertà. Poi però esistono i capelli bagnati, quell’umidità appiccicaticcia, da cloro e calore e «mettiti il berretto quando esci altrimenti prendi freddo alla testa» e le noiose corsie fatte con la tavoletta e le ore di affollamento.

La routine, l’abitudine, l’aria quasi malsana al posto di quella gelida e frizzante delle corse sulla fascia. Nudi invece che imbacuccati. E mai un gol a spezzare la fatica, solo un cronometro che chiede più di quel che può dare. I professionisti sanno arrivare alla profondità dell’estasi: l’allenamento li prepara alla gloria. Ai comuni mortali serve amore per la bracciata e sintonia con il silenzio per trovare gratificazione e se gli italiani diventano più zen, sposando il nuoto come passatempo nazionale, non è solo perché lo consiglia il medico. E neanche perché il calcio, quello vero, abita in un mondo a cui vogliamo somigliare sempre meno. È perché cambiamo.

Dopo una vita a sentirci meglio in squadra scopriamo l’ebrezza della solitudine ed è una sorpresa. Sport individuale, muto dove sfidarsi a livelli bassi è quasi impossibile e imitare quelli forti molto complicato. Si può ridere mentre si azzarda una punizione alla Del Piero con la calza maglia extra large, un po’ più difficile mulinare a farfalla. A Phelps non si può fare nemmeno la parodia senza fisico.

Forse nonostante il pullulare di attività via web siamo diventati meno esibizionisti e ci piace l’idea che dentro quella pozza di cloro ci sia una qualche purezza da raggiungere, un’oasi di intimità. Cerchiamo il contatto con la nostra identità, provata da giornate che ci costringono all’esuberanza. A essere brillanti a tutti i costi, persino nei tweet. La socialità, reale e virtuale, è una maratona. Si cerca una tregua.

Il calcio è aggregazione, il nuoto è stacco e non c’è una qualità migliore, dipende da quello che uno cerca. Poi c’è la faccia di Paltrinieri e come poster funziona: uno spilungone spontaneo che si devasta di chilometri e americaneggia senza spocchia. Ci piace, lo potremo adottare e in genere i campioni della piscina sembrano persone di casa. «Mio figlio nuota», sa già di garanzia. Però non è solo colpa del calcio scostante, è la nostra evoluzione. Si vive da isterici e poi ci si tuffa nell’era dell’acquario.

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